Storia del giornale

 

L'Ora è un quotidiano palermitano nato intorno agli inizi del XX secolo per iniziativa della famiglia Florio. Fin dalla sua fondazione è di orientamento progressista, a parte la parentesi del Ventennio durante il quale diviene un organo della federazione fascista palermitana.

Negli anni del dopoguerra il giornale torna nuovamente a occuparsi di importanti sfide sociali tanto da ricevere la prima seria intimidazione da parte della banda di Salvatore Giuliano con una lettera in cui si intima ai redattori di smettere di riferire "fatti da non pubblicizzare".

Dopo essersi schierato a favore della Repubblica e dell’autonomia siciliana, nel 1954 il giornale viene venduto ad una società di proprietà del PCI diventando così un sostenitore della sinistra.

Vittorio Nisticò, il nuovo direttore che lo guiderà fino al 1975, diviene il maestro di un prototipo impareggiabile di giornalismo d’inchiesta coraggioso formando schiere di giornalisti oggi firme prestigiose di autorevoli testate nazionali. Appena insediato, la sua lungimiranza arriva a offrire la collaborazione a un giovane Leonardo Sciascia, allora scrittore ancora sconosciuto. La conduzione Nisticò segna una svolta importante nell'evoluzione del giornale: ne rinnova la grafica e l'impaginazione, creando uno stile stringato accostato a immagini eloquenti - soprattutto per le notizie di cronaca -, contribuendo oltretutto a far crescere e maturare importanti fotoreporter. La conseguenza è una crescente notorietà della testata che disturba i poteri occulti fino a quel momento rimasti inosservati. Alberto Stabile, ex “biondino” oggi giornalista de la Repubblica, a proposito delle caratteristiche peculiari del giornale ha dichiarato: “L’Ora è stato il primo giornale che ha trattato il tema della mafia cogliendo la forza dirompente del fenomeno. La fotografia era il sale di questo giornale, basti pensare che molte volte l’editoriale era affidato solo alle fotografie”.

Sono gli anni della stagione di sangue che ha portato alla morte di sindacalisti, amministratori locali, imprenditori, giornalisti, politici e uomini dello Stato, gli anni delle grandi inchieste sulla mafia feroce e spietata che i fotoreporter d’assalto della redazione documentano senza schermi, delle battaglie sociali, delle denunce di una politica corrotta e complice, anni in cui la testata fa del suo giornalismo una ragione di impegno politico e sociale. Un giornale in prima linea nonostante l’attentato del 1958 ne devasti la sede storica a seguito della pubblicazione della prima inchiesta di mafia mai apparsa sulla stampa (la risposta del quotidiano fu altrettanto chiara: “La mafia ci minaccia, l’inchiesta continua”); nonostante, prima volta nella storia della Repubblica, il giornale abbia dovuto rispondere in Corte d’Assise dell'imputazione di "vilipendio del governo e delle forze di polizia” per aver documentato le repressioni violente della polizia e dei carabinieri, che in Sicilia fecero sei morti, durante le manifestazioni di protesta contro il governo Tambroni nel 1961. Nonostante le minacce e gli omicidi di tre suoi cronisti: Cosimo Cristina (ucciso il 5 maggio del 1960), Mauro De Mauro (scomparso misteriosamente nel 1970 mentre stava lavorando ad un'indagine sul caso Mattei) e Giovanni Spampinato (ucciso il 27 ottobre del 1972).

Nel 1979 la crisi delle vendite costringe il partito a chiudere il giornale e una cooperativa di giornalisti e amministratori ottiene l'uso della testata. Vittorio Nisticò assume la presidenza della cooperativa dei giornalisti mentre la direzione del quotidiano viene assunta dapprima da Alfonso Madeo e in seguito da Nicola Cattedra che la mantenne dal 1979 al 1984, cedendola in seguito a Bruno Carbone.

Alla fine degli anni '80 la Segreteria Generale del PCI decide, di concerto con le cooperative dei giornalisti, di cedere la gestione editoriale del quotidiano alla società Nuova Editrice Meridionale. Ma anche questa nuova gestione non prosegue a causa dei contrasti tra i rappresentanti della cooperativa ed i fiduciari del partito.

Il quotidiano cessa definitivamente le pubblicazioni il 9 maggio del 1992, due settimane prima della strage di Capaci.

Nel dicembre 1999 la Biblioteca centrale della Regione siciliana, accogliendo le sollecitazioni provenienti da intellettuali e giornalisti come Vincenzo Consolo e Antonio Calabrò che lungamente collaborarono con il giornale, acquista l’Archivio di lavoro della redazione, patrimonio inestimabile della storia sociale e culturale dell’isola.